14. Bolle di sapone.

Forse – pensava cinica sotto una doccia di falsa ironia – dovrei smetterla di giocare, forse – pensava insaponandosi i pensieri – dovrei solo prendermi sul serio e ridere di me senza giudicarmi e valutarmi. Asciugandosi le sinapsi umide capì che un collegamento con gli altri era possibile ma solo se non perdeva quello con se stessa, ed ora non era stabile la connessione, era delicata e frammentaria e nessuno – ripetè a quella donna che vedeva nello specchio – nessuno, può entrare un questa bolla di sapone…

…e le bolle di sapone scoppiano, qualcosa di simile ad un implosione; è come quando due forze troppo forti entrano in contatto e tutto svanisce – esploso ed inesploso – in una bolla di sapone. Se da bambina le bolle la facevano divertire, crescendo si era accorta che ti lasciavano solo in bocca l’amaro del sapone, anche se ti scoppiavano tra le mani. Aveva sostituito quell’immagine con i palloncini, certo più resistenti ma anche spaventosi; ogni scoppio era un balzo e non è detto che fosse in avanti.

Palloncini e bolle erano troppo delicati per sopravvivere alle sue aspettative, avevano perso tutto il loro fascino; come certe persone che provavano a planare leggere nella via degli altri e – a mezz’altezza – implodevano nei propri dubbi esistenziali. Ecco cosa la seccava più di tutto; le persone che non avendo il coraggio di fare un passo avanti, cercavano di farti fare un passo indietro rallentando la tua corsa verso se stessa.

Uni dei motivi per cui evitava il contatto umano, era proprio il modo disumano di certa gente di non saper vivere limitandosi a sopravvivere, e ormai li sentiva a naso, l’istinto – maledetto, infame condanna – le faceva sentire tutto, troppo, ogni cosa: come accadeva, quando e a chi. Questo la torturava ma l’aiutava anche a comprendere la rotta da seguire, le battaglia da evitare e le persone su cui non investire nemmeno un secondo di quel tempo prezioso che poteva investire per scoprire se stessa ed il mondo.

Ecco perché decise di non girarsi a guardare quel pontile, capì che le persone incerte e confuse, quelle che decantano forza e poi sfumano come gli odori non sono mai un beneficio per la vita. Solo il vino ha il diritto di decantare…

capì che per dovere di coerenza bisogna dire solo ciò che si è e fare ciò che si dice, che non si può non dire o non fare dopo aver detto. Sapeva bene che l’universo le stava mandando la stessa lezione in confezioni diverse e stavolta, come in un talk show, avrebbe rifiutato il pacco e sarebbe andata avanti. Non aveva più energie da investire con battaglie che non fossero sue, con anime da salvare, vite da organizzare, organizzazioni confuse, persone dubbiose, incoerenti e deludenti. Capì tutto questo con la lucidità che solo il vino ti può dare e non solo perché ‘in vino veritas’ ma perché in vino dopo il vino o è divino o è un casino.

Ed era proprio quel casino a farla desistere a favore dell’esistere che – invece – sarebbe stato più doloroso ma anche più vero. Ed era la verità quell’assolutismo a cui non voleva rinunciare.

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