Dopo le mimose, le spine senza rose.

di Teresa Corcione

Teresa Corcione è studente in legge. Appassionata lettrice con l’amore per la scrittura, ha messo la penna a servizio della causa femminista collaborando con Temi la donna che legge.

Oggi è il dieci marzo 2021.

Segnatevi questa data.

Perché?!

Perché sono appena trascorse quarantotto ore dagli infiniti post sulla “festa della donna”. Ah no, scusate. Sono trascorse appena 48 ore dagli infinti post per la “Giornata Internazionale dei Diritti delle donne”.

Eh si, è necessario fare questa importante distinzione.

“Festa delle donne” rievoca alla mente ricordi sbiaditi di un’adolescenza in cui, inconsapevole, l’otto marzo significava uscire con le compagne di classe per la “pizzata” di rito. Per non parlare della possibilità che nei 15 euro pizza + bibita ci fosse anche un “aitante” spogliarellista. Aberrante.

Ecco per la donna del nuovo millennio questo è assolutamente aberrante.

Per non parlare delle mimose.

Altra tradizione da cui dissociarsi assolutamente. Non possiamo permetterci di accettare un mazzo di mimose, per festeggiare cosa? Il consumismo? Assurdo.

Ma torniamo seri.

A sole quarantotto ore da questo susseguirsi impazzito di post su post, di storie, foto e like, torniamo nei ranghi. Nemmeno il tempo di far aggiornare il feed.

Allora vediamo, quanti di voi hanno seguito l’intervista Reale? Si, quella di Harry e Meghan. L’attrice americana arrampicatrice sociale e Harry, dolce e incosciente figlio della compianta Lady Diana.

Da quello che ho letto stamattina, su Twitter (covo di serpi feroci per eccellenza), siete in tantissimi.

Nemmeno quarantotto ore e siamo di nuovo caduti nel cliché del “ma lei sapeva a cosa andava incontro”.

Ecco questa è quella che io chiamo una “frase orrenda”.

Avete mai notato che quando una donna racconta un trauma, che sia un trauma da dieci o un trauma da mille, c’è sempre qualcuno che le ricorda che “poteva aspettarselo”.

Come se fosse insito, congenito, già scritto nel destino di ognuna di noi, che certe cose ti accadono, o ti potrebbero accadere e tu devi stare sempre in allerta. Mai abbassare la guardia.

In un mondo giusto, le donne si devono aspettare che il peggio è dietro l’angolo, lì ad attenderle a braccia conserte.

Mi sembra assolutamente ragionevole.

E no, vi fermo prima che lo diciate. Non sono sempre e solo gli uomini a dire questa “frase orrenda”.

Si, perché sia messo agli atti: le donne non nascono femministe.

Ci sono donne fermamente convinte che la questione non le riguardi.

Che non si tratti di loro.

Che non sono loro che devono ottenere la mai dimenticata, parità.

Che loro “ non si comporterebbero mai così”.

Bene amiche, vi do’ una notizia: il contesto sociale in cui il patriarcato è ancora, nel duemilaventuno, saldamente radicato, è anche un affare vostro.

Alcuni sono convinti che tutto si riduca ai numeri di donne uccise da uomini, compagni, padri, fratelli. Questo è l’aspetto che nessuno può negare, perché è insito in noi provare pietà di fronte alla morte. Anche se non è raro, anche in questo caso, fare riferimento alla “frase orrenda”.  “Se l’ è cercato”.

Parliamo di raggiungere un’ eguaglianza che indovinate un po’, non esiste.

Nel lavoro, nella sanità, nella sessualità, nell’essere liberi.

Vi faccio un esempio recentissimo.

Avete presente Lara Lugli?

Ve lo dico io. E’ un’atleta. Una ex pallavolista del Pordenone, che è stata citata in giudizio dalla società per cui giocava. Perché? Perché è rimasta incinta. Ed è stata citata in giudizio per “risarcimento dei danni arrecati”.

Ora, voi vi chiederete come sia possibile che una donna che decide di portare avanti una gravidanza possa arrecare un danno ad una società sportiva, specie quella per cui lavorava.

Il motivo è che per molte atlete, quasi tutte, da contratto, il momento di una gravidanza equivale ad essere lasciata a casa, senza stipendio e senza tutele.

Eh già, lo so. E’ forte lo sgomento.

Ma aspettate, in questo caso specifico, Lara non aveva percepito

 l’ultima mensilità, in pratica non le era stato pagato l’ultimo mese di lavoro.

Lei, chiaramente si rivolge ad un Tribunale e la società sportiva pensa bene di citarla in giudizio. Non lo trovate assurdo?

Volete sapere per quanti uomini, avere un bambino ha significato perdere lavoro, tutele e l’ultimo stipendio? Rispondo io, per nessuno.

Volete sapere a quanti uomini viene fatto firmare un contratto in cui è specificato che dal momento in cui decidesse di diventare padre, la sua carriera subirebbe un arresto definitivo?  Rispondo sempre io: a nessuno.

E allora venitemi ancora a dire che lo scopo cercato dal femminismo non riguarda ogni donna presente sulla Terra.

Venitemi ancora a dire che la situazione non è poi così grave.

Venitemi a dire, ancora una volta, che no, non ne vale la pena.

Vi ho proposto la riflessione di Teresa – con un po’ di ritardo, lo ammetto ma si è fuso il Mac, mi sono incasinata sentimentalmente, ho salvato il mondo dai cattivi, letto libri, girato case, litigato, chiacchierato, fumato e riflettuto – perché credo sia fondamentale rendersi conto di quanto sia importante intraprendere le giuste battaglie, e no, non quelle da copertina patinata o da hashtag del giorno; quelle silenziose, fondamentali, quelle che io definisco “serie”. Come spesso dico ai miei amici: siamo certi che metter mano alla forma sia una cosa intelligente se non abbiamo cambiato prima la sostanza? Vi invito a riflettere sull’importanza del cambiamento vero, su quanto sia più efficace, anche se meno visibile, la lotta in termini di sostanza. Ci regalate hashtag e mimose e noi abbiamo ancora le mani che sanguinano di spine senza rose.

Maria.

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