Frammenti di donne

Ho rubato alle donne. Ho rubato loro momenti di vita, attimi di quotidianità. Ho rubato con la penna scrivendo quello che vedevo mentre loro vivevano normalmente. Non sono racconti, sono attimi, pezzi, frammenti di donne che provano a comporsi e ricomporsi. Forse in qualche parola c’è anche un frammento di me ma è molto lontano dalla donna che sarò domani, per cui non è affidabile. Oh, anche le altre donne non sono più loro, ma a questo punto dovreste averlo capito: le donne non sono mai tutti i giorni la stessa donna, ecco perché possiamo coglierle solo in frammenti. Leggete senza pensare alla logica e non cercate sequenza in queste vite distinte e diverse che hanno in comune solo la mia penna ed il mio sguardo sui loro mondi.

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C’ era una volta una donna di cristallo che viveva nel terrore di farsi vedere dentro, attraverso le trasparenze del cristallo stesso che nulla celava al mondo. 

Giorno dopo giorno, la donna imparò a coprire il cristallo con pezzi di armatura che costruiva con le sue stesse mani dopo ogni ferita, ogni dolore, ogni delusione e paura.

Passarono gli anni e l’armatura aveva coperto interamente il cristallo. Nulla poteva più scalfirla, nulla sembrava avere più impatto sul cristallo ormai nascosto e protetto da quella solida armatura che tuttavia diventava sempre più pesante.

Il peso dell’armatura cominciò a incidere sul suo cuore, un cuore di cristallo come tutto il resto, ed un giorno, quando il peso fu davvero insostenibile, il cristallo cedette.

La donna finì in mille pezzi e solo il cuore rimase integro. Continuando a pulsare e a lasciarsi vedere attraverso le trasparenze fino ad allora celate, il cuore trovò la forza di rimettere insieme i pezzi rotti e schiacciati da quell’armatura che la donna di cristallo aveva costruito per difendersi.

La donna si chiese come fosse possibile che il lavoro fatto per difendersi l’avesse distrutta e si chiese anche se non fosse stato meglio lasciarsi vedere attraverso le trasparenze del cristallo: magari vedendola dentro, gli altri avrebbero percepito la sua fragilità e la vita forse avrebbe evitato di colpirla tanto duramente. Non lo avrebbe mai saputo, ma sapeva per certo che portare un peso tanto grande, per paura di incassare colpi e finire in mille pezzi, l’aveva sgretolata. Sarebbe stato meglio sgretolarsi senza quel peso: anche la caduta sarebbe stata più leggera.

C’è ora una donna di cristallo che si lascia guardare attraverso le trasparenze. Ha paura che la vita possa colpirla forte e mandarla in mille pezzi ma ha deciso che preferisce incassare un colpo piuttosto che finire schiacciata da se stessa.

Ci saranno molte donne di cristallo che proveranno a proteggersi e costruirsi armature sulla pelle per attutire i colpi della vita. A quelle donne, la donna di cristallo, vorrebbe dire che non ha senso, perché nulla, manco la vita, manco gli altri, anche se non sono di cristallo, possono far male come l’armatura che ci costruiamo. E nulla, non la vita, non le donne e gli uomini, possono mandarci in frantumi quanto siamo capaci di far noi con noi stesse.

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La raggiunse in divano con due calici di Chateau pontet canet del 2011, un vezzo che si concedevo in serate in cui avevano bisogno di ritrovarsi dopo interminabili giornate di lavoro. 

La donna, vestita di una vecchia maglia di lui, leggeva distrattamente un saggio sulla condizione femminile in periodo vittoriano. Gli fece spazio tra le gambe e lui si sedette facendo aderire perfettamente la schiena ai seni di lei; ne sentiva già i capezzoli turgidi.

Sorseggiato il vino, lei cominciò a massaggiargli le spalle, quando le braccia si allungarono al petto, gli sussurrò qualcosa all’orecchio e lui cominciò ad esplorare le sue caviglie.

<<Voglio fare l’amore>> annunciò lei impudica passandogli le mani tra quei capelli che riuscivano sempre a trovare il giusto spazio tra le sue dita; le piaceva il contrasto dello smalto bourdeax con il brizzolato di quei capelli.

Prima che lui potesse girarsi lei si sfilò la maglia. 

L’uomo bevve ed era pronto a prenderla, ad impossessarsi di quel corpo vestito solo delle mutandine e che tuttavia adesso non riusciva a scorgere perché censurato dalla sua stessa schiena.

Si girò, le prese il collo provò a baciarla ma lei si negò melliflua.

Dopo un attimo di esitazione la donna prese la mano dell’uomo e lo guidò ad immergere le dita nel vino. Senza smettere di guardarlo si portò le dita di lui alla bocca e le leccò. 

Il corpo di lui ebbe un fremito e nell’attimo in cui lui stava per dire qualcosa, lei gli posò un dito sulla bocca invitandolo a tacere. Sentiva crescere il desiderio in quell’uomo, e non solo per l’evidente erezione, no, percepiva il desiderio guizzare da ogni suo muscolo. La sua carne vibrava ad ogni passaggio delle dita di lei.

<<Lasciami fare>> gli sussurrò mordicchiandogli il lobo << e portami a letto>>.

La prese in braccio, le gambe avvinghiate ai suoi fianchi, le braccia ancorate al collo. La fece stendere a letto e tentò con tutta l’audacia di cui era capace di scivolarle addosso ma lei sfuggì e si girò su un fianco: <<quanta fretta – sussurrò – non ho ancora finito con te>>.

Il gatto col topo – pensò lui – ed io non sono certamente il gatto.

<<Sfilami le mutandine, scegli un completino intimo ed un paio di scarpe, io vado di là a prendere i bicchieri>>. Le sfilò le mutandine con le mani tremanti di desiderio, impaziente di sentirne l’odore più intimo.

Quando tornò, lui l’aiutò ad infilarsi le mutandine strizzandole i fianchi e baciandole il ventre. Quando le allacciò il reggiseno le morse una spalle facendola sussultare. Per ultime le scarpe. L’uomo indugiò sulle caviglie e sulle gambe con le mani subito rincorse dalle labbra umide.

Lei sedette sul letto e accavallò le gambe:

<<avresti mai pensato che vestire una donna potesse essere più erotico che svestirla?>>

<<No!>> mentì lui, perché il suo intelletto conosceva bene la forza della fantasia di quella donna e il potere dei loro amplessi.

<<Vai a prendermi la pochette dei trucchi e lo specchietto. Mi serve il tuo aiuto per una cosa…>>

L’uomo assecondò quel gioco infliggendosi una piacevole tortura e quando tornò lei lo fece sedere a letto, la schiena poggiata contro la testiera in pelle, si sedette cavalcioni su di lui e gli chiese di tenerle alto lo specchio.

La guardò truccarsi, cercare la giusta visuale nello specchietto che lui teneva con mano tremante, seguire con la matita nera il contorno degli occhi, dare volume alle ciglia col mascara. Aprendo il rossetto chiese a lui di stenderglielo con un dito sulle labbra. Lui seguì la forma di quella bocca e desiderò perdersi tra il suo sapore e il vino ma sapeva che quella donna non aveva ancora finito di giocare.

<<Scegli un vestito per me ed aiutami ad indossarlo>>.

Prese un tubino nero e l’aiuto con la lampo facendole prima correre le mani bollenti lungo la schiena, giù, fino alle fossette di venere. Provò a stringerla e ad immergersi nel suo collo tra la pelle e i capelli ma lei sfuggì e recuperando il calice di vino si sedette e accavallò nuovamente le gambe:

<<sono pronta, ora puoi provare a sedurmi>>.

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Una donna anziana passeggia serafica lasciando dietro di sé una scia di profumo troppo forte e scadente. È consapevole dell’odore che lascia e non le importa. Alle donne anziane non importa più. Toglie il guinzaglio al cane che da 11 anni le tiene compagnia: tu che puoi, goditi la libertà e la velocità. La sua vita ora è lenta. Ripensa a quando era frenetica, a quando non si concedeva la calma, a quando si imponeva la perfezione; oh, quanto aveva faticato nella sua vita per imporsi la perfezione, la bellezza, l’attenzione degli altri su di sé. Se avesse saputo in anticipo che la bellezza è solo una stagione e che la perfezione è una malattia che ti allontana dalla vita, beh, avrebbe gioito di più, si sarebbe amata di più e si sarebbe concessa un lusso che ora non poteva più permettersi: farsi conoscere per chi era davvero.

Invece aveva trascorso un’intera giovinezza a mostrarsi bella, invincibile ed inflessibile. Aveva punito il suo corpo con diete ferree e ginnastica massacrante. Si era stretta i piedi in scarpe che le avevano logorato i tendini ed ora, in ciabatte di due numeri più grandi, si godeva la libertà del cammino. Un cammino che giungeva alla fine. Ah, se solo potessi tornare a quando avevo trent’anni, e poi quaranta, e poi cinquanta! Quante cose vorrei dire a me stessa!

Ma partiamo dai 30, anzi, dai 35. Lidia, cara Lidia, questa ossessione per la tua bellezza non ti salverà dallo sfiorire. Smetti subito di proiettare il piacere della tua vita a quando sarai bella e perfetta. Smetti immediatamente di rinunciare al cibo e al buon vino. Smettila di rifiutare gli incontri perché non ti senti perfetta per quell’uomo, smettila di rinunciare al sesso perché il tuo corpo ora non è bello come credi che dovrebbe essere.

Vendi subito quella casa in centro e smettila di raccontarti la bugia che sei una donna di città. Tu soffri, vorresti vivere al mare ma ti sembra troppo poco mondana come pretesa. Rinuncia a quel lavoro che non ti rende felice e comincia a scrivere. Corri il rischio di sembrare imperfetta. Corri il rischio di sbagliare. Investi il tuo denaro in viaggi e scopri il mondo, che tutte quelle griffe un giorno resteranno appese nel tuo armadio e non potrai fartene nulla. Invece la bellezza del mondo ti resterà negli occhi.

Ma Lidia non poteva parlare alla sua gioventù. A 77 anni si era trasferita al mare col rimpianto di non averlo fatto prima. Tutti i vestiti che l’avevano vista diva e perfetta, erano ora ammucchiati in soffitta. Tutte le scarpe che non era riuscita ad indossare riposavano nelle loro scatole patinate e le sua cosce, le sua braccia, il suo addome e persino il suo volto, l’avevano tradita. Avevano ceduto nonostante i suoi sforzi. Erano venuti meno all’ordine di perfezione che si era imposta. Aveva dedicato l’intera vita ad un sogno di bellezza che però la bellezza gliela aveva tolta dagli occhi e dalla vita.

Lidia avrebbe voluto tornare indietro nel tempo e dire alla giovane sé di essere felice, di non ossessionarsi nella prevenzione delle rughe perché sarebbero arrivate comunque.

Ora guardava quei solchi sul suo volto e non riusciva a scorgervi vita vissuta. Le sue coetanee erano invecchiate come lei ma avevano le rughe rimpolpate e segnate di vita vissuta, di bellezza, di esperienze e scoperte che lei non si era concessa a favore di una sola grande ossessione.

Le sue coetanee erano felici, sembravano aver fatto tutto ciò che volevano mentre lei, la giovane e la vecchia Lidia, avevano sempre e solo fatto ciò che dovevano.

Le sue coetanee non pensando alla perfezione avevano vissuto una vita pressoché perfetta e lei, ossessionata da bellezza e perfezione, aveva sciupato l’intera esistenza. Ed era una fortuna che non avesse nipoti, non avrebbe saputo cosa raccontare loro… 

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…le venne da pensare che l’eleganza fosse qualcosa che non aveva nulla a che fare con il linguaggio. Un uomo poteva imbastirti di complimenti e risultare volgare mentre un altro, quell’altro, poteva darti della stronza e farti sentire la donna più bella del pianeta.

Cosa si celasse dietro questa sensazione era qualcosa che ignorava ma sentiva a pelle quanto un uomo, nonostante i buoni propositi e le belle parole, fosse un cafone e quanto un altro, quell’altro, riuscisse ad essere elegante nel dirle le cose più oscene.

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C’è una donna che si siede su un bidet a fumare una sigaretta perché troppo pigra per uscire in balcone. È ancora sudata e in tenuta sportiva. L’allenamento l’ha distrutta ma nonostante la fame, la prima cosa che desidera, prima ancora della doccia, è una sigaretta. Aspira una boccata e pensa che dopo dodici ore di lavoro, sottoporsi ad una tale tortura è una forma di violenza. Ma le si violenta. E non quando pratica autoerotismo, no. Si stupra quando si impone un regime di vita basato sul dovere e poi si dice che non dovrebbe ma il senso del dovere è più forte del senso di piacere. Sente la fame, le piace controllarla, dimostrare a se stessa che è più forte dei suoi bisogni e delle sue esigenze. Si guarda il ventre piatto, i glutei sodi, le cosce snelle e le braccia definite prima di entrare in doccia. Sorride compiaciuta.

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Era quel genere di uomo che la irritava volutamente con affermazioni sessiste e considerazioni politicamente scorrette solo per farla infervorare e baciarla così,tra la rabbia e l’orgoglio. Gli piaceva guardarla leggere, giudicare male le sue letture ed istigarla ad abbassare il libro, togliersi gli occhiali e cominciare una discussione che puntualmente si interrompeva con un bacio a cui lei non riusciva ad opporsi. Si odiava per quella fragilità e allo stesso modo amava la profonda conoscenza che lui aveva del suo intelletto: sapeva tracciare i bordi da cui smarginare durante una conversazione e questo era più eccitante del sesso che di lì a poco avrebbero consumato come affamati. 

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Una donna scende da un autobus mentre un’altra sale le scale della metro. Contemporaneamente un’altra donna accomoda la figlia sul seggiolino posteriore dell’ auto e in differita di qualche minuto, un’altra donna bacia sulle labbra un uomo addormentato nel letto di una casa in cui ha trascorso la notte.Dopo venti minuti quattro donne sono sedute al tavolino di un bar. Un caffè doppio, un ginseng e due cappuccini.

<<Com’è andata ieri sera col tipo?>> chiede la donna che accomoda la bimba sul seggiolino alla fedifraga che stampa baci a sconosciuti addormentati.

<<Com’è andata così son venuta!>>. Ridono. Si ride troppo poco degli orgasmi conquistati e si parla troppo poco di quelli mancati. 

<<Quindi hai deciso di non andare all’appuntamento?>> Ora è quella pacata dell’autobus a parlare all’isterica della metro.

<<Non sarebbe comunque un appuntamento>>

<<non vuoi correre questo rischio…>>

<<Non per lui…>> e si mette comoda sulla sedia accavallando le gambe.

<<Cos’ha che non va?>>

<<Ama ancora un’altra donna>>

<<e tu come lo sai?>> ora la donna dell’autobus si sporge sul tavolo per capirci meglio.

<<Sono brava a leggere le persone e sento la puzza del loro amore a chilometri. Sei ancora dell’idea che dovrei andare?>>

<<No, cristiddio, no! Mi fanno paura le tue previsioni, guarda l’ultima volta!>>

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L’unica cosa che desiderava davvero era restare a letto con le coperte tirate fin sopra la testa, nel buio caldo della sua camera da letto. Le persiane serrate, il silenzio. Nessun libro, niente musica, cellulare spento. Voleva farsi inghiottire da quel buco nero che era diventata ed emergere solo per fumare una sigaretta nel buio del bagno, poggiata alla finestra, con la speranza di consumarsi come la cenere.Invece avrebbe indossato un tailleur, si sarebbe acconciata e truccata come tutti si aspettavano che facesse. Avrebbe finto un sorriso e sarebbe riuscita persino a far ridere qualcuno ma nella sua stessa ironia non ci vedeva nulla di divertente. Ancora buio. Veleno amaro che riga il viso e lascia i solchi come acido. Le chiamano lacrime…

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Entrava a casa e poggiava la borsa a terra, sua nonna era scaramantica e le ripeteva sempre che lasciare la borsa sul pavimento attirava povertà. Era certa che sua nonna avesse ragione ma quel gesto ormai era automatico. 

Lasciate le chiavi sul mobile dell’ingresso si toglieva le scarpe e si godeva il pavimento freddo attraverso il nylon sottile della calze. Andava in cucina e apriva la finestra, la vista del borgo che affacciava sul lago la faceva sospirare. Si accendeva una sigaretta e si sedeva su quella poltrona troppo vecchia per esser sostituita. Lì, proprio su quella poltrona, trascorreva le notti a leggere.

Silenzio. Il fumo denso della sigaretta disegnava figure incomprensibile a cui lei cercava di dare un senso. Provava a dare un senso a tutto, anche a quella storia che le stava facendo marcire lo stomaco. Lo amava. Lo amava?

Se lo chiedeva tutte le notti che passava insonni alla finestra. Apriva un libro, ogni volta uno diverso, per cercare rifugio in altre storie ma stavolta era diverso, non riusciva a trovare una storia degna di sostituire quella che stava vivendo.

Si erano conosciuti in un bar del centro. Lei ordinava il solito caffè delle 7:26 prima di entrare in redazione e lui era lì, nella sua tenuta impeccabile, bello come Mastroianni. Era stata attratta dalla voce fastidiosa, dal tono troppo alto, da quell’accento romano troppo stentato ed enfatizzato, e lui nulla faceva per correggere il proprio accento. lo esasperava. Lui la esasperava. E così, quando lei gli passo accanto con aria seccata, lui non la face passare, le si parò davanti e la fissò:

<<il caffè alla signora lo pago io>>

La stessa sera erano avvinghiati a letto. 

Da quel giorno erano passati molti mesi. Come sulle più acrobatiche montagne russe, quell’uomo la portava dall’idillio all’ossessione. La amava e la scopava come se fosse l’unica donna mai esistita ma non aveva mai fatto segreto di amare e scopare allo stesso modo decine di altre donne.

<<Un puttaniere come un altro…>> raccontava alle sue amiche, ma dentro sapeva che era qualcosa di più. E non era solo per la quantità e la qualità degli orgasmi che riusciva a provare, no, in lui c’era qualcosa che l’aveva spezzata e da cui non riusciva a ricomporsi. Provava ad uscire con altri uomini ma teneva sempre il telefono a portata di mano in attesa che lui chiamasse o che le scrivesse sconcerie che di li a poco avrebbero consumato.

Lui era bello, e lo era anche dentro. Coglieva la natura sensibile di quell’uomo mentre leggeva i libri che lei iniziava e non riusciva a finire. Coglieva la sua dolcezza quando le carezzava la cresta iliaca mentre lei fingeva di dormire. Poi però l’incanto si spezzava e lei si struggeva 

Di lui non sapeva nulla. Sapeva che aveva molte amanti e che non si sarebbe mai impegnato. Sapeva che amava cucinare per lei ma se gli chiedeva di restare a dormire le rovinava la cena. 

<<Lo sai che non è da me…>>

<<E cos’è da te?>>

<<Quello che vedi. Niente di più solo di meno.>>

Le amiche le ripetevano di chiudere quella storie. Era dimagrita troppo, aveva perso la concentrazione, continuava ad andare in palestra per stremare un corpo che la notte non trovava sonno. 60 chili di donna ridotta all’osso per una carne che non bramava solo lei.

Dopo giorni di distanza sembrava stare meglio e farsene una ragione ma lui poi arrivava prepotente fuori casa, la cravatta allentata, la giacca aperta e l’odore di fumo che le faceva ricordare le sigarette fumate alla finestra dopo i loro amplessi.

<< Se fossi un uomo normale sceglierei te, solo te.>>

Non era mai andato oltre quell’affermazione ma sentiva i muscoli di lui cedere sotto le sue mani quando pronunciava quel verdetto. Una fragilità che lei non si era mai arresa a scoprire. Lo avrebbe scoperto e quell’uomo non sarebbe più stato un mistero.

Poi a notte fonda lui si alzava e se andava, la baciava sempre come se fosse l’ultima volta, ed in effetti era così, perché la tristezza e il vuoto che lei provava in quei saluti erano oscuri e dolorosi come gli addii.

Il giorno dopo arrivava a lavoro perfetta e impeccabile ma le sue amiche le leggevano l’ossessione in faccia.

<<Perché non chiudi questa storia?>>

<<Non posso, non ci riesco. Il nostro tempo non si è ancora consumato.>>

<<Ma sta consumando te!>>

<<E che mi consumi pure…>>

Andarono avanti così per mesi. Mesi di passione e dolore. Nessuna gioia, nessuno sprazzo di felicità, mai un attimo di serenità. Solo passione accecante e dolore straziante.

Una notte lei decise di non aprire…

Erano trascorsi dieci giorni dall’ultima volta che lui si era fatto vivo e lei aveva toccato un fondo buio, troppo profondo anche per lei. Attraverso lo stomaco vuoto aveva raggiunto le viscere della terra.

Lui chiamò e lei non rispose.

Lui andò fuori casa e lei, poggiata di spalle alla porta, non aprì e pianse. Quando lui si stancò di bussare e i vicini gli urlarono di andarsene, lei cadde a sedere sul pavimento e rimase lì, poggiata alla porta tutta la notte. Aveva sofferto troppo la sua assenza per tollerare ulteriormente la sua intermittente presenza. 

Lui era quel tipo di uomo che non aveva segreti, eppure era un enigma. Qualcosa la spingeva a voler sapere sempre di più della sua vita mentre lui non voleva parlarne mai. 

Aveva vagliato l’ipotesi che magari quell’uomo non ce l’avesse una vita ma le tracce delle sue storie e delle sue serate erano evidenti anche per quella porzione ermetica di vita che condividevano.

L’indomani trovò un biglietto infilato sotto la porta…

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Una notte una donna piange alla finestra. La luna le schiarisce la pelle e la fa sentire fragile. Piange senza lacrime, piange dentro, perché fuori, manco la luna ti deve vedere provata. Ci hanno insegnato ad essere forti e quindi imploderemo.

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Sdraiata a testa in giù sul divano col cellulare tra le mani. Sorriso ebete stampato in faccia. Scorre il menù a tendina e dal banner legge il messaggio dell’uomo che riusciva a tenerla incollata al telefono per ore. 

Odiava le telefonate e i messaggi prima di lui. Vedersi era possibile, e lo facevano, ma il tempo che intervallava gli incontri era quasi più eccitante degli incontri stessi. Come si arrivasse dal buongiorno a al senso della vita, il moto dei pianeti, i personaggi della Austen e i racconti di Poe, era per lei un mistero a cui si arrendeva.

Le bastava cominciare una telefonata con: “sono in metropolitana” per fargli accendere un dibattito politico e sociale. 

Quando lui le diceva “sono a pranzo” a lei veniva voglia di provare piatti esotici in luoghi lontani che avrebbe potuto guardare solo attraverso la sua visione della vita, che non era la stessa, no di certo, ma diametralmente opposta le faceva vedere le cose da un’altra prospettiva.

<<Voglio sapere cosa ti piace, come bevi il caffè e cos’è che non riesci a fare a meno di comprare al supermercato. Li annusi i libri prima di leggerli? Li sottolinei e gli fai le orecchie o usi il segnalibro?>>

E lei non rispondeva, voleva che lui lo scoprisse.

Quell’uomo coniugava verbi a cui non si era mai coniugata, usava aggettivi che non le avevano mai dato appellativo. Citazioni che doveva cercare in rete per capire e assorbire la mente di lui. Una mente che le infiammava il corpo. 

Non era il corpo a chiederle di stare con lui ma la mente. Erano le sue sinapsi a brillare quando sentiva la sua voce. Il sangue le pulsava forte nelle vene e la pelle si tendeva come la corda di un violino verso l’intelletto di quell’uomo. 

<< Parlare con lui è la cosa più erotica che abbia mai vissuto>> raccontava alle sue amiche. 

Quando si vedevano poi, le parole si annientavano e le menti si anestetizzavano al profumo dei corpi eccitati e sudati. Un silenzio carico di poesia che si trasformava in prosa.

Lui le leggeva “love letters of great man” partendo sempre da Beethoven:

“anche a letto i miei pensieri corrono a te…”

Come a dirle: sei qui, sei mia e tuttavia resti il mistero che muoio dalla voglia di scoprire.

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Una donna dai capelli troppo lunghi tiene il viso poggiato al finestrino di un autobus, sembra voler bere la pioggia che batte sui vetri. Col dito segue una goccia diversa dalle altre, è più densa, sembra resistere al vento. Anche lei sa resistere al vento ma non al passato. Un passato tracciato sui capelli lunghi, troppo neri, troppo stretti e carezzati da quelle mani che le stavano insegnando l’importanza del presente. Segue ancora la goccia col dito e pensa che anche quella goccia prima o poi se ne andrà. Andrà via come lui per tornare a quel mare più grande che ora è la sua vita. Tuttavia non è questo a farla soffrire: avrebbe avuto la forza di nuotare in quel mare ma le onde di lui l’hanno spinta a riva. Ed ora sente solo la sabbia tra le dita, la sabbia di un castello che non ha avuto il tempo di creare ma dalla cui torre si è dovuta calare, aggrappandosi a se stessa, ai suoi stessi capelli.La goccia lascia il finestrino e del suo passaggio non resta traccia. Molte altre gocce rigano il vetro, molte altre rigano il suo volto ora che scende dall’autobus. Si stringe i capelli tra le mani e prova a proteggerli dal vento e dalla pioggia: “ciò su cui hai poggiato le mani non sarà sciupato, questa sofferenza non sarà vana>>Si stringe in un cappotto ed entra in un caffè. Che belle le giornate di pioggia! Nessuno sembra far caso alle lacrime.

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Stamattina sono andata al parco per non pensare al non doverti pensare. Ho affidato alla natura la cura per il mio mal d’amore ma sai cosa ho trovato? Tua moglie e il tuo bambino. Lui ti somiglia, nonostante abbia solo tre anni, sono riuscita a scorgere in lui il tuo stesso modo di camminare: anche lui ha il piede destro leggermente esterno rispetto al sinistro. E poi ha le tue mani. Tutte cose impercettibili per chi non ha vissuto con te, chi non ti ha assorbito e metabolizzato boccone di vita dopo boccone.

Tua moglie, la tua giovanissima moglie, sembrava serena. Giocava con quel te in miniatura incurante del dolore che noi ci portiamo dentro: che io mi porto dentro. Tu, tutto sommato, ti sei aggrappato alla rabbia e la rabbia cura molti mali. L’amore no, l’amore li amplifica. E non è questione di sentimenti e felicità, io e te ci amavamo ed eravamo felici ma poi tu mi hai chiesto di avere un figlio. I patti non erano quelli, ci eravamo promessi di essere io e te, per sempre. Soli noi due.

Non ho mai mentito fino a quel momento perché non ne avevo motivo, ho solo omesso una parte di me che apparteneva, in questo caso non apparteneva, a me. Il passato non è qualcosa che si condivide con gli altri, nemmeno con chi ci ama, anzi, chi ci ama fa ancora più fatica a comprenderlo.

Mi hai letto lo smarrimento negli occhi ed io ho inventato di avere una cena con le ragazze dopo l’allenamento. Ho inviato un messaggio in quel chat al femminile che come la bibbia racchiude segreti, confessioni e testimonianze incomprendibili a chiunque: ragazze ci siamo.

Loro non hanno avuto bisogno di chiedere altro e alle 20:20 eravamo in quello squallido pub dove abbiamo sempre mangiato i fritti migliori. Loro hanno ordinato birra, io un martini dry. 

<<È arrivato il momento di dirgli la verità>>

<<non ho nessuna intenzione di distruggere il suo sogno…>>

Dopo molte chiacchiere, molte sigarette e molti martini dry, ho ignorato il consiglio delle mie amiche sul prender tempo, parlare, dire la verità e tentare l’intentabile.

Sono tornata a casa ubriaca e per qualche minuto ho duellato con la chiave che non entrava nella toppa della porta. Quando sei venuto ad aprire mi hai fatto notare che era la chiave dell’ufficio.

<<Piccola sei ubriaca?!>>

<<Si. Ed è solo la cosa più lecita della serata…>>

<<Cosa vuoi dire?>>

Ti dissi che mentre ero al pub con le ragazze ho incontrato lui. Tutte le coppie hanno un lui e una lei che temono ed odiano con tutto il loro cuore: sono gli ex che hanno distrutto i nostri attuali partner, quelli che temiamo di più, i talloni d’Achille delle persone che amiamo. Ti ho visto avvampare. Ti sei seduto in divano ma lontano da me. Avevo il mal di stomaco per l’alcol e le sigarette e tu eri impaziente di sapere. Ora o mai più, pensai. Spara forte, dritto al cuore, costringilo a non tornare, a non guardarsi mai più indietro.

<<Ci siamo baciati e se non fosse stato per le ragazze saremmo finiti a letto insieme.>>

Quando sei ubriaca ogni bugia che racconti risulta credibile. Tutti credono a queste genere di cose quando a confessarla è una donna ubriaca.

Ti sei portato le mani al volto, poi hai stretto i pugni e ti sei alzato. Eri un fascio di nervi e lo vedevo dalle spalle rigide. Poi hai preso la giacca e sei uscito.

Sapevo di averti inflitto il peggiore dei colpi, il più basso e squallido. Avevo usato la tua più grande debolezza contro di te. Quella notte mi sono addormentata in divano pregando che non tornassi mai più, che mi dimenticassi e odiassi con tutta la rabbia di cui eri capace.

E tu non sei tornato.

La mattina dopo mi hanno svegliata le ragazze.

<<non puoi farlo davvero…>>

<<posso. Devo. Quando ami davvero devi lasciare chi ami libero di essere felice>>

Ora guardo il tuo bambino e la tua giovane moglie felici e immagino felice anche te, sereno, appagato. Io non sono mai guarita da quella bugia ma saperti felice mi ricompensa. 

Io, donna destinata a non esser donna fino in fondo, non avrei potuto darti un bambino. Il destino ha voluto diversamente per me e così, non potendo scegliere per me, ho scelto per te, per la tua felicità.

Io non sarò mai mamma e la responsabilità è mia, ma tu che desideravi esser padre ora lo sei e anche di questo, la responsabilità è mia. Ti ho mentito solo una volta, quella sera, dicendoti di aver baciato il mio ex che in realtà nemmeno era al pub, che in realtà manco avrei mai notato, che in realtà manco avrei mai baciato perché io amo te, amavo te e te amerò, ma sapevo che era l’unico modo per farti andar via da me. Per non farti tornare sui miei passi di donna a metà.

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