Gender Gap e musica metal.

di Alessandro Ebuli – L’uomo che non teme la donna che legge.

La donna e l’uomo nella storia sono da sempre due parte distinte e contrapposte all’interno della vita sociale. Per quanto la donna abbia avuto e detenga tutt’ora le chiavi del mondo, pare che ciò disturbi l’individuo uomo, il quale non intende riconoscerne la forza, l’appartenenza e la definitiva reale importanza nel tessuto sociale, economico e lavorativo. Sempre presente quel senso di circospezione nei confronti della donna, come se si trattasse di un essere meno elevato e quindi da relegare ai ranghi inferiori della società. Tutto ciò ha profonde radici nel passato e ci si augura che oggi le cose possano cambiare, perché i tempi sembrerebbero essere maturi per una nuova concezione del pensiero, ma… c’è un ma da non sottovalutare.

Questa tematica va ad occupare una posizione rilevante all’interno della società moderna e di conseguenza va ad interessare numerosi settori, da quello interno alle dinamiche familiari – si vedano i numerosi casi di violenza nei confronti delle donne – passando per l’ambito lavorativo, sociale e non di meno quello dell’arte.

Se da un lato è pur vero che molte donne hanno avuto la possibilità di accedere ad importanti cariche sociali e politiche, contribuendo a dare forza e visibilità all’importanza della figura femminile, al proprio movimento nonché alla propria arte rappresentata, dall’altro è altrettanto palese una forte realtà, ovvero l’alone di indifferenza e soprattutto di diffidenza che continua a regnare sovrano tra il popolo maschile più conformista. E dispiace davvero ammetterlo sono molti gli uomini che ancora ritengono la donna inadatta a rivestire ruoli e cariche importanti, se non addirittura il solo fatto che esse possano ricoprire ruoli parificati all’uomo genera spesso distacco e forte risentimento.

Ho ritenuto opportuno spendere qualche parola per descrivere brevemente alcuni aspetti molto attuali riguardo la questione di parità di sesso per allacciarmi al tema che intendo affrontare, direttamente legato all’arte. Per quanto riguarda la musica, della quale mi occupo in questo frangente, la diffidenza nei confronti delle donne inizia ad assumere forme concrete e seriamente visibili a tutti negli anni Sessanta, quando nascono i primi fenomeni di moda massificati.

Facciamo un piccolo passo indietro.

Inghilterra, Londra. La moda. La Swingin’ London. Il Beat. Mary Quant. La minigonna.

Rivoluzione culturale, sociale, economica. È il boom di un’Inghilterra nel pieno della crescita economica che si contrappone ad un’America combattuta tra i cosiddetti Figli dei fiori – nel 1967 la Summer of love è l’apice di una crescita culturale anticonformista, pacifista e liberale che riscopre valori di amicizia, pace e amore troppo spesso offuscata da droghe di vario tipo. È l’era della rinascita giovanile, nella quale le nuove generazioni vogliono a tutti i costi riappropriarsi della propria libertà e indipendenza e lo fanno con fermezza e con risolutezza attraverso la nascita di movimenti della cosiddetta “controcultura” che fondano le proprie radici in anni di subordinazione. Il secondo conflitto mondiale è terminato da quasi vent’anni ed i tempi sembrano davvero maturi per una rinascita culturale, per una apertura. È qui che la donna inizia ad avere i propri riconoscimenti, ma sempre in ambiti ristretti, considerato il fatto che ad alti livelli – siano essi quelli politici o artistici – le donne sembrano rimanere sempre nell’ombra, fatte le dovute eccezioni.

Sul finire dei Sessanta ecco nascere i primi movimenti musicali pacifisti, nati sull’onda del Newport folk festival americano, che si pongono l’obbiettivo di comunicare alle masse una nuova concezione di pensiero. Tra i musicisti impegnati in questa battaglia post ’68 appena iniziata c’è Joan Baez, la prima a prendere pubblicamente in mano una chitarra e a cantare testi potenti ed esplicitamente antipolitici con la propria voce. Una voce sgradita agli ambienti conformisti maschili dell’epoca. La Baez di fatto crea una frattura in quel mondo legato agli stereotipi dell’uomo padre-padrone che ritrova oltreoceano una forte riconoscenza da parte delle nuove generazioni impegnate a ballare il Beat – complici anche i britannici Beatles – e vestire alla moda.

Nei decenni le donne hanno superato molte barriere in tutti i settori, in primis in quello della musica – prendiamo ad esempio Madonna, un fenomeno glamour infarcito di arte tutt’ora insuperato – ma sempre viste con un occhio attento affinché non superassero quelle barriere invisibili costruite su un’etica ed una morale becere ed obsolete, sostanzialmente ancorate ad un pensiero clericale molto critico e chiuso in se stesso.

Il fenomeno del cosiddetto Gender Gap non è mai sopito, anzi in alcuni casi lo stesso mondo dell’arte tende ad amplificarlo – pensiamo a quante donne nel mondo della moda vengono costantemente messe a confronto con uomini di certo calibro dello stesso mondo all’interno del quale le donne hanno dovuto graffiare con le proprie unghie pur di ottenere talvolta riconoscimenti anche miserevoli.

Nel mondo della musica c’è stato un momento critico in cui le donne hanno visto e vissuto l’essere catalogate come mero oggetto, spesso sessuale, e sto parlando degli anni Ottanta, quando il fenomeno dei grandi gruppi Glam Rock come i Motley Crue e successivamente i Guns’n Roses, ma anche Europe, Bon Jovi e quell’ondata di rock per lo più americano macina soldi e vizioso, sfondarono le porte del music business. Si tratta delle groupies. In realtà le groupies esistevano già nell’ambito rock sul finire degli anni Sessanta, ma il glam rock degli anni Ottanta ha amplificato ogni cosa e portato alla ribalta un fenomeno fino ad allora conosciutio sostanzialmente dagli addetti ai lavori. Si trattava di giovani ragazze provenienti spesso dal mondo della moda – ma non solo, talvolta semplici fan di gruppi famosi in cerca di divertimento, soldi e sesso facile – che seguivano i propri beniamini nei tour. Il fenomeno ha assunto in breve tempo caratteristiche epocali, tanto che ancora oggi il fenomeno delle groupies, se pur ridimensionato, continua ad esistere mettendo in cattiva luce la figura femminile e generando disappunto nella frangia maschile più conservatrice che ne disprezza l’esistenza e l’appartenenza, pure apprezzandole per doti che vanno oltre l’arte. Allora tutto deve essere ridimensionato verso un falso pensiero moralista che perdura nel tempo e si autoriproduce, si autoalimenta all’interno di una società che vuole la donna bella, famosa, libera e con pari diritti dell’uomo, ma che appena supera un fantomatico limite invisibile di decenza – poco chiaro chi abbia identificato questo limite – trova immediatamente la strada sbarrata dal solito popolo maschile che non accetta di essere surclassato da un essere ritenuto inferiore. Perché di questo si tratta, di un mero aspetto etico e falso moralista. Tutto qui. E quando la donna viene in qualche modo venerata in fondo si tratta, nella maggior parte dei casi, di mero opportunismo con un secondo fine.

I tempi sarebbero anche maturi nell’anno duemila ventuno, eppure questo fenomeno crea ancora un divario enorme nel mondo dello spettacolo e dell’arte che pare non trovare tregua.

Nel mondo della musica più estrema, mi riferisco all’Heavy metal da intendersi nelle sue più svariate sfaccettature che sono moltissime, la donna ha assunto un ruolo estremamente importante a partire dagli anni Settanta, con il fenomeno appena descritto delle groupies negli anni Ottanta. In particolare, nella seconda metà degli anni Novanta, nasce un movimento/frangia della musica Metal denominato Gothic (in alcuni casi Symphonic), che vede la nascita di numerose band capitanate da frontwomen, splendide donne dalla voce angelica che hanno riempito la scena con la loro carica esplosiva di grinta mista a potenza vocale e bellezza. Alfieri di questo movimento furono certamente i The Gathering guidati da Anneke Van Giersbergen, i finlandesi Nightwish di Tarja Turunen, sostituita prima da Anette Olzon e successivamente da Floor Jansen (già voce degli After Forever), seguiti da gruppi divenuti nel tempo portavoce e portabandiera di garantita musica di qualità come i milanesi Lacuna Coil, la quale cantante Cristina Scabbia recentemente ha ricoperto il ruolo di Vocal Coach al programma The Voice of Italy, mettendo in luce alcune caratteristiche sconosciute alla gran parte dello spettatore medio televisivo sostanzialmente digiuno delle dinamiche interne alla musica “alternativa”, intesa quale musica di matrice stilisticamente opposta a quella popolare come il Metal.

Immediatamente dopo la nascita delle prime band orientate verso questo stile musicale le etichette discografiche fiutarono l’affare voce >>> aspetto estetico >>> vendite assicurate e crearono una sorta di nuovo mondo metal, diretta conseguenza di band come i citati Nightwish e Lacuna Coil, ma anche Tristania, Theatre of Hate, Leaves’s Eyes, e da quel momento nacquero decine e decine di altre band che in futuro ebbero più o meno successo e tutt’oggi continuano ad averlo. Within Temptation, Epica, Delain, Evanescence, After Forever, Vision Of Atlantis, Theatres Des Vampire, Xandria, Sirenia, Leave’s Eyes, Edenbridge, Amberian Dawn, Draconian, Krypteria, Lunatica, Elis, Lyriel, Trial Of Tears, Trillium, Elysium, Flowing Tears, Magica, Macbeth, Stream Of Passion, Imperia, Issa e moltissimi altri.

Ma il punto qual è? Semplicemente la donna, usata ancora una volta come oggetto, pura mercificazione di un mercato – quello presunto artistico, ma di fatto essenzialmente legato all’aspetto estetico ed economico – che vuole l’immagine al primo posto immediatamente seguita dal guadagno, e sto parlando naturalmente di quello delle etichette discografiche, prima di tutto, e le briciole per chi rimane. Nel complesso una linea che perdura da decenni, un mercato sempre uguale che vede al centro di tutto il Dio denaro a discapito delle persone, nella fattispecie le donne, incastrate in un ruolo che tende all’appiattimento della parte più intimista, sensibile, emozionale quindi artistica al fine di attirare fan vecchi e nuovi attratti nell’immediatezza dalla componente estetica, che anche grazie all’ondata social dell’ultimo decennio non fa che amplificarsi.

Il problema è quindi quello di sempre: la donna viene usata per un secondo fine. Certo, è innegabile quanto alcune figure femminili siano divenute icone dell’arte – mi vengono in mente Frida Khalo e Marina Abramovic, ma nel loro caso è intervenuta l’immagine provocatoria e disturbante delle loro opere. Nel mondo della musica, soprattutto quella più di nicchia – se ancora ha un senso definirla tale, in Italia certamente sì – la figura femminile viene vista ancora da troppi addetti ai lavori come pericolosa per l’uomo. Certo ci sono casi particolari di donne divenute icone di stile all’interno del pianeta musica; si prenda ad esempio Nico (pseudonimo di Christa Paffgen) entrata a fare parte della Factory di Andy Wahrol e successivamente membro aggiunto dei Velvet Underground. Una bellissima donna, certo, ma parte integrante e fondamentale di una band che è storia della musica rock. Nico ha inciso alcuni album solisti e la sua voce viene considerata tra le progenitrici del Gothic rock, quindi legata indissolubilmente alle voci femminili del genere Gothic e Symphonic Metal sopra elencate.

È poi sufficiente fare una breve ricerca sul web per imbattersi in decine di band vicine allo stile del Gothic Metal e comprendere quanto la bellezza sia divenuta un’arma vincente per le case discografiche allo scopo di vendere prodotti spesso appena soddisfacenti dal punto di vista qualitativo. Il fatto più eclatante è l’aspetto legato al consumatore di questo tipo di prodotto, che troppo spesso si lascia ingannare dall’aspetto promozionale, che si basa sull’ostentazione della bellezza di donne stupende dalle forme sinuose che nel calderone del genere proposto nulla aggiungono e nulla tolgono se non la banale soddisfazione dell’ascoltatore (o dovremmo dire ammiratore) di potersi meravigliare attraverso la loro bellezza. Appare chiaro che le etichette discografiche abbiano affinato nel tempo le doti dei propri talent-scout rielaborando il tipo di ricerca dell’artista in funzione del prodotto da confezionare successivamente.

Certamente questo fenomeno è, come detto, amplificato dai social media e dai programmi televisivi come Got talent, X Factor e The Voice, e l’elemento della bellezza femminile va nel nostro caso ad affiancarsi all’esposizione mediatica che certa estetica assume nell’immediato attraverso questi canali web. Di fatto la storia si ripete nel tempo attraverso modalità differenti in funzione della modernità, ma il sessismo non svanisce come per magia, semplicemente viene plasmato attraverso questi nuovi canali, modellato con attenzione, subdolamente celato e destinato a ripresentarsi, tristemente e inevitabilmente.

Il vantaggio della presenza mediatica aiuta anche a denunciare, ma spesso si rivela un’arma a doppio taglio, pena il rischio che talune denunce vengano interpretate da una vasta fetta di pubblico come un semplice modo da parte dell’artista di ottenere ulteriore visibilità.

Ciò che deve assolutamente fare riflettere è la modalità con la quale l’aspetto promozionale di un prodotto non poggi le basi sull’aspetto artistico bensì sulla parte estetica femminile. Quindi il messaggio è chiaro: la donna ancora una volta deve essere il mezzo con cui arrivare velocemente ed in modo ingannatore al consumatore in uno scambio dare-avere all’interno del quale la donna evidentemente deve restare relegata all’interno dello spazio promozionale. Certamente alcune delle artiste nominate in questo articolo hanno prima di tutto dalla loro un carisma ed una vocalità eccellenti, sono per questo artiste e non mera merce da esporre, ma rimane il dubbio che in fondo il consumatore si lasci conquistare con troppa facilità dalla pubblicità ingannevole e dall’estetica prima che da quella artistica e musicale.

È evidente che anche nella musica, come in moltissimi ambienti esposti ad una visibilità pubblica, il grave problema del cosiddetto Gender Gap permane e non tende a diminuire. È altrettanto evidente quanto la donna si trovi costretta costantemente a convivere con questo problema e nonostante l’apparente rispetto da parte del pubblico, ancora troppo spesso si è costretti ad assistere ad insulti sessisti che fondano le radici in una cultura arretrata legata a forme arcaiche nelle quali gli uomini e le donne assumono differente importanza all’interno della classe sociale.

Alessandro Ebuli è autore e poeta, vive a La Spezia e scrive da oltre vent’anni. Ha conseguito vari premi con poesie e racconti pubblicati su varie antologie.
> Per Eretica edizioni ha pubblicato i libri Sotterraneo (Poesia, 2016), Le dieci stanze (Racconti, 2017) ed Incastri distanti (Racconti, 2018).

Per Tempra edizioni Istinti (Poesia, 2019) e Temporali silenziosi (Poesia, 2020).
> Collabora con le riviste Metal Hammer Italia e Man In Town.

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