Ho alzato la voce.

di Danilo Fricano – l’uomo che non teme la donna che legge.

“Ho alzato la voce, non in modo da poter urlare, ma in modo da poter far sentire quelli senza voce… Non possiamo avere successo quando metà di noi rimane indietro.

Malala Yousafzai

Nell’indice sull’uguaglianza di genere 2020 (fonte: EIGE) l’Italia ha ottenuto un punteggio di 63,5 su 100. Un risultato che, messo in prospettiva con gli altri paesi europei, evidenzia l’inferiorità italiana rispetto alla media europea di 4,4 punti.

Sebbene l’Italia abbia registrato i maggiori progressi tra tutti gli Stati membri dell’UE, migliorando di 12 posizioni la sua graduatoria dal 2005 e di 8 posizioni dal 2010. Rimane ancora largo il gap generatosi, tra uomo e donna, su questioni che riguardano la partecipazione alla vita politica o ad attiva sociali che impegnano le persone ai più alti livelli istituzionali e non.

Le disuguaglianze di genere, purtroppo, rappresentano un’ombra considerevolmente lunga sul nostro Paese, marcata soprattutto nei settori del potere (48,8 punti), del tempo (59,3 punti) e della conoscenza (61,9 punti). Una triade, questa, intimamente connessa, dal momento che senza tempo non si può certo ottenere la conoscenza che serve ad impiegare il potere.

Numeri aridi, questi sopra esposti, giustificati dal fatto che rappresentano una situazione arida.

Cionondimeno, se questa è la realtà sui grandi numeri, bisogna tuttavia constatare, in maniera più contenuta, che la presenza femminile in ambito politico apporta non solo un contributo fondamentale, ma anche dei miglioramenti; dal momento che, evidenze scientifiche alla mano, esito di osservazioni pratiche, asseriscono che le donne, in politica, godano di qualità di governo migliori di quelle maschili. 

Giusto per gettare una pietra di paragone, le leader mondiali donne hanno gestito la pandemia di coronavirus meglio rispetto alle loro controparti maschili. Sono questi i risultati tratteggiati da una ricerca delle università di Liverpool e Reading pubblicati il 3 giugno 2020, nell’archivio online «SSRN»

(Leading the Fight Against the Pandemic: Does Gender ‘Really’ Matter? https://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=3617953)

I ricercatori Supriya Garikipati e Uma Kambhampati hanno evidenziato come, su 194 paesi esaminati, nei diciannove governati da una leadership femminile le misure di isolamento siano state prese più rapidamente.

«Le nostre scoperte mostrano che gli esiti della Covid sono sistematicamente e notevolmente migliori nei paesi guidati da donne, e in una certa misura ciò si spiega grazie all’approccio politico proattivo da esse adottato. Pur tenendo conto del contesto istituzionale e di altri controlli, essere guidati da una donna ha rappresentato un vantaggio per i paesi nella crisi attuale.» ha commentato la co-autrice Supriya Garikipati dell’Università di Liverpool.

Ma l’inclinazione delle donne ad organizzare meglio il lavoro o a gestire meglio la politica appare ben assodata anche in uno scenario general-generale.

Esaminando 19 skills lavorative, infatti, le donne dimostrano migliori risultati su almeno diciassette di queste diciannove competenze: in questa direzione va lo studio (qui consultabile: https://hbr.org/2019/06/research-women-score-higher-than-men-in-most-leadership-skills?utm_source=facebook&utm_campaign=hbr&utm_medium=social) condotto da Jack Zenger e Joseph Folkman, rispettivamente CEO e presidente della Zenger/Folkman, società nordamericana di consulenza per lo sviluppo della leadership.

Questi primi dati serve a sottolineare come l’insidioso pregiudizio invalso nella nostra società a danno del “gentil sesso”, ovvero quello di estromettere le donne dalla vita politica, sia appunto un pregiudizio perché ingiustificato. Un pregiudizio che vale un danno.

Ma se questo è il pregiudizio che causa il danno dove sta la beffa? Per capirlo occorre porsi alcune domande, e cioè: quando nasce questo pregiudizio? quanto risulta profondo e radicato e soprattutto chi ne paga le conseguenze?

Iniziando dal primo interrogativo è d’uopo, preliminarmente, chiarire quanto sia difficile, se non impossibile porre delle date storiche a cornice di un fenomeno sociale; ma un’affermazione può essere presentata: per un torno d’anni più lungo dell’arco di tempo documentato, chiamato storia, la donna non ha sofferto questo pregiudizio; anzi ha ricoperto, sovente, un ruolo centrale nell’organizzazione sociale.

Così è stato durante la società Gilanica. La società gilanica è esistita in Europa tra il 7000 e il 3500 a.C. e si caratterizzò per aver attuato l’eguaglianza tra sessi e per la sostanziale assenza di gerarchia e autorità centralizzata, maturando una serie di diritti, che oggi chiameremmo fondamentali: incredibilmente avanzati e decisamente attuali anche oggi.

Secondo gli studi condotti da Riane Eisler nella nostra società sono sedimentate, e sono esistiti nella storia e protostoria, due modelli base di società: quello Dominatore e quello Mutuale. Quello Mutuale si incentrerebbe sul “potere di attuazione” creativo; vale a dire un potere cooperativo che crea la vita e che si ispira al concetto di unione. Quello Dominatore sarebbe incentrato invece sul potere distruttivo, toglie la vita, sfruttando moduli argomentativi basati sulla guerra e sulla schiavitù.

Gli studi della Eisler riguardati alla luce degli scavi archeologici diretti da Mellaart e Marija Gimbutas hanno evidenziato che le società neolitiche che funzionavano sul culto della dèa non erano né matriarcali né patriarcali, ma basate sul modello del partenariato o gilania (modello mutuale).

I poveri, in queste società, sedevano al centro dei luoghi istituzionali insieme a tutti gli altri, non esistevano differenze di genere.  I siti funerari non mostrano differenze sostanziali legate al sesso o alla condizione sociale.

E si trattava di società fiorenti, avanzate, progredite e basate sulla proprietà comune, o sul comunismo.

«Si coltivavano grano, orzo, veccia, piselli e altri legumi, e si allevavano tutti gli animali domestici… tranne il cavallo. La tecnologia della ceramica e le tecniche di lavorazione dell’osso e della pietra erano avanzate, dal 5500 a.C venne introdotta nell’Europa centro-orientale la metallurgia del rame. Il commercio e le comunicazioni, che s’erano ampliati nel corso dei millenni, devono avere prodotto una straordinaria interazione e impulso alla crescita culturale […] l’uso di barche a vela e testimoniato a partire dal sesto millennio, dalle riproduzioni incise su ceramiche.» (Marija Gimbutas citata da Riane Eisler in Il calice e la spada, pag. 37)

Nel corso della storia il ruolo della donna negletta, ridotta a soggetto passivo, destinataria di poche o punte aspettative è un’acquisizione recente: varie figure femminili, invece, nel susseguirsi del tempo hanno incarnato il ruolo di donne d’azione in grado di governare stati ed influenzare la politica .

Durante l’evo medio, infatti, molte furono le donne di spicco capaci di tennero la barra del potere disegnando lo scenario geo-politico del periodo.

Anzi, intere forme di governo vennero create e guidate da figure carismatiche.

Basti pensare alla cosiddetta pornocrazia, una forma di governo in cui le cortigiane influenzavano nelle loro decisioni politiche gli uomini al potere.

Fu una forma di governo, quello della pornocrazia, inaugurata con papa Sergio III nel 904 e terminato con papa Giovanni XII nel 964. Durante quest’arco di tempo i papi avrebbero agito sotto l’influenza di donne corrotte, quali Teodora e sua figlia Marozia appartenenti alla famiglia romana dei conti di Tuscolo.

Quello che tuttavia viene tramandato di quel periodo storico e della contigua forma di governo risulta, come sovente accade, presentato in chiave degenerata. Su queste donne sono state, in altre parole, create diverse dicerie, per esempio che Marozia, figlia di Teodora, fosse stata la concubina di papa Sergio III o che avesse assassinato Giovanni X

Era ovviamente una ricostruzione storiografica infedele ai fatti. Accuse strumentali ad una certa propaganda atte a delegittimare le donne in politica.

Teodora venne infatti descritta da Liutprando come una «sfacciata puttana … che esercitò il suo potere nella città di Roma peggio di un uomo… che chiavava prelati e cardinali per governare e ottenere favori»

Ma, come detto, tale ricostruzione storica risentiva dell’interpretazione di storici di estrazione protestante. Le fonti primarie cui attinsero erano di età ottoniana, quindi successive agli eventi di cui trattasi, e fermentate in un contesto politico in cui si tendeva a sottolineare le storture del passato prossimo per esaltare il governo presente.

A riprova di ciò va sottolineato come Liutprando, avversatore di Teodora, viene descritto dalla Catholic Encyclopedia come «sempre fortemente partigiano e frequentemente ingiusto nei confronti degli avversari» (https://www.newadvent.org/cathen/09313a.htm) di tal guisa che quelli che apparivano i peggiori eccessi  devono invece essere considerati dei “pettegolezzi eclettici”. A dimostrazione del fatto che, per essere così fortemente osteggiate, quelle donne dovettero saper ben governare.

Ottima regnante fu, nello stesso torno d’anni, Adelaide di Borgogna. Adelaide fu una donna colta: parlava quattro lingue ed era istruita. Esercitò una grande influenza sulla politica imperiale, sia in Italia sia in Germania; e si dedicò a opere caritative promovendo la fondazione di conventi.

Fu quindi solo in epoca successiva che la donna, come centro motore di interessi, e depositaria di aspettative politiche, venne messa da parte. Si trattò di una parentesi di tempo che, in un certo qual modo venne a chiudersi intorno al secolo XIX

Quest’ultimo secolo fu un periodo di grande fermento intellettuale per le donne e per il movimento femminista.

Il femminismo trovò particolare slancio nel campo della bioetica, segnatamente nel campo dell’assistenza al malato e dei fanciulli bisognosi. Un campo nel quale la donna da sempre aveva dimostrato sagacia, industriosità e competenza. Tanto è più vero che, all’inizio del XII secolo, v’erano nelle Fiandre donne rimaste sole, vedove o non maritate, che si dedicavano alla preghiera e alle opere di bene senza aver preso i voti. Questi gruppi di donne avevano le loro abitazioni ai margini della città all’interno delle quali sostentavano i poveri e i mendicanti. E questo spirito di assistenza, che attraversa trasversalmente ogni tempo, ai primordi del XIX secolo esplode prima in America e poi in Europa nei vari movimenti femministi.

Questo succinto quadro storico dimostra come le donne abbiano sempre avuto una forte inclinazione ad amministrare le cose, ovvero anche la polis, e quindi per esteso, la politica, mostrando in questo campo risultati eccellenti e meritori. Argomenti che mal si conciliano, questi, col rilegare indebitamente le donne in secondo piano, come purtroppo ancora oggi si osserva, a causa di un pregiudizio ideologico stretto ad una mentalità fortemente maschilista. Queste ultime considerazioni ci accompagnano al secondo dei tre interrogativi. Quanto risulta radicato il pregiudizio nei confronti delle donne? 

La risposta sta nei dati.

Prendiamo un ambito a piacere fra quelli rilevanti, direi quello scientifico-ingegneristico. Ebbene, in questo caso, quantunque la metà dei dottorati in scienza e ingegneria negli Stati Uniti siano ottenuti da donne, solo il 21% delle cattedre di scienza e il 5% di quelle di ingegneria hanno titolari donne.

Altro dato ancora: il 56% delle iscritte ai corsi di laurea è costituito, giustappunto da donne. Le studentesse hanno i migliori curricula formativi, e migliori esiti: il 65,5% dei laureati con lode è composto da donne che si laureano anche in minor tempo. Ma i ruoli di prestigio e le cariche istituzionali apicali risultano appannaggio esclusivo degli uomini.

Questo è ciò che si chiama soffitto di cristallo, ovvero una barriera invisibile fatta di pregiudizio ed esclusione delle donne (ben inteso) da parte degli uomini dalla possibilità di accedere a ruoli di rilievo. (cfr. https://core.ac.uk/download/pdf/41167323.pdfhttps://www.rivisteweb.it/doi/10.1482/37693)

Ancora: si ritiene, in genere, la primatologia un campo d’eccellenza riguardo il tema delle pari opportunità. Questo in ragione della ribalta di alcuni nomi femminili, divenuti nomi simbolo del settore, quali: Jane Goodall e Dian Fossey. Tuttavia anche in questo campo la collocazione delle donne nei quadri dirigenziali è recessiva rispetto a quella maschile (https://www.unipi.it/index.php/amministrazione/item/563-donne-scienza-e-pari-opportunit%C3%A0)

Il quadro, insomma, quello che potrebbe dirsi in modo gergale, l’antifona, è chiaro: le donne vengono indebitamente estromesse dalla vita politico-dirigenziale pur essendo altrettanto capaci degli uomini a gestirli; ma non è mai abbastanza sottolineare quanto forte il preconcetto nei confronti delle donne sia. Solo il 30 per cento degli autori di pubblicazioni scientifiche sono donne. E questo è quanto emerge da uno studio: “Bibliometrics: Global gender disparities in science” coordinato dalla ricercatrice Cassidy R. Sugimoto, docente nella sede di Bloomington dell’Indiana University.

Detto gap risente molto dei pregiudizi invalsi nella nostra società e che insistono sulle donne, fin già da quando esse indossano il grembiule.

Quante volte, infatti, abbiamo sentito dire che le bimbe non hanno alcuna attitudine nell’apprendere la matematica? Credo che la risposta, a questa domanda, possa essere: “Molte volte”. Il che significa che molte volte abbiamo sentito riportare un preconcetto.

 Ne “La crisalide e la farfalla. Donne e matematica” di Gabriele Lolli viene confutata proprio l’idea secondo cui le donne non sarebbero inclini al pensiero astratto. Tale pregiudizio viene cavato fuori dalla battuta attribuita ad Hermann Ewyll secondo il quale “solo due donne matematiche sono nella storia, Sofja Kovalevskaja ed Emmy Noether: la prima non era una matematica, la seconda non era una donna”

La causa di tutto ciò è da attribuire a stereotipi scolastici, condizionamenti familiari e condizionamenti sociali, all’esito dei quali, nella società, viene poi a registrarsi una perdita secca di contribuiti preziosi, segnatamente nel campo della ricerca scientifica.

Questa carrellata di numeri e di esempi, ci offre, alla fine, un quadro d’insieme che mostra quanto vasto sia il pregiudizio in oggetto. La carrellata poi risponde alla seconda domanda e ci anticipa la risposta alla terza, ovvero: Chi ne paga le conseguenze?

La risposta breve potrebbe essere: tutti. Dal momento che una ricerca indebolita riflette le sue debolezze sulla società intera; o se preferite, il che è lo stesso: un tale pregiudizio influenza negativamente tutti dal momento che ciò che potrebbe favorirebbe la ricerca della cura al cancro, viene defraudato delle sue risorse più preziose: le donne!

Domande retoriche. Talvolta però la debolezza degli interrogativi retorici sta proprio nella loro retorica; vale a dire, che tali interrogativi il più delle volte appaiono come massime di prudenza più o meno accettabili, più o meno giusti, che qualcuno prima o poi dovrà affrontare; dal momento che, nel “qui ed ora”, tali interrogativi rappresentano questioni astratte, poco urgenti, forse anche futili, quisquilie. Ebbene, quando un tema apparentemente astratto non riesce a fare breccia e presa nella concretezza, può tornare utile far appello ad un vile argomento, il denaro, e fare quindi i conti della serva.

Al 2016 la discriminazione di genere causava una perdita secca per l’economia generale mondiale pari a 12 trilioni di dollari, circa il 16% del reddito globale.

I dati disaggregati ci dicono che tale perdita corrisponde a  6.116 miliardi di dollari (d’ora in avanti USD) nei paesi OCSE, 2.440 miliardi di USD in Asia orientale e Pacifico, 888 miliardi di USD in Asia meridionale, 733 miliardi di USD in Asia orientale Europa e Asia centrale, 658 miliardi di dollari in America Latina e Caraibi, 575 miliardi di dollari in Medio Oriente e Nord Africa e 340 miliardi di dollari nell’Africa subsahariana (Ferrant e Kolev, 2016)

Per contro un sistema egualitario migliorerebbe non solo i diritti delle donne, garantendo loro una maggiore emancipazione; ma aumenterebbe il tenore di vita monetaria dei paesi, misurato dal loro reddito pro capite.

Perdere il pregiudizio nei confronti delle donne comporterebbe un tasso di crescita del PIL mondiale pari a 0,6 punti percentuali entro il 2030.

La discriminazione di genere determina in altre parole un paradosso, cioè un costo pari a 12 trilioni di dollari a carico dell’intera comunità, senza distinzione di genere.

Concludendo: la storia, i dati statistici, l’osservazione empirica, l’economia non fanno altro che gridare alla società intera quanto dannosa sia la discriminazione di genere. Spetta a noi, donne e uomini, accogliere questo invito e provvedere a superare quest’iniqua distinzione tra generi che, nei fatti, si traduce in una situazione che va completamente a detrimento delle prime.

“È facile essere una femmina, bastano un paio di tacchi a spillo e abiti succinti… ma per essere una donna devi vestire il cervello di carattere, personalità e coraggio.”
(Rita Levi Montalcini)

Qualità queste che andrebbero vestite anche dagli uomini, in modo che, noi si possa rettamente intendendo quale sia il ruolo della donna in società. In altre parole un po’ di coraggio e intelligenza in più potrebbero uccidere quel mostro della ragione che ha un nome: discriminazione.

Danilo Fricano è studente in legge. Curioso osservatore di fenomeni sociali, scienza, biologia, letteratura, arte, storia della musica e archeologia. Ama leggere, scrivere e confrontarsi su temi politici e di attualità.

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