Penelope alla guerra – Oriana Fallaci

…sembri un Ulisse, sei Penelope. Lo vuoi capire, sì o no? Dovresti tesser la tela, non andare alla guerra. Lo vuoi capire, sì o no, che la donna non è un uomo?

Penelope alla guerra è il primo romanzo di Oriana Fallaci pubblicato nel 1962 da Rizzoli editore.

E’ la storia di una donna che non si rassegna al ruolo domestico di Penelope e diventa Ulisse, con tutti gli oneri e gli onori del caso.

Giò è una promettente autrice di sceneggiature, inviata a New York dal suo produttore cinematografico per ispirarsi e trovare un soggetto originale, si imbatterà in un uomo conosciuto molti anni prima, durante la guerra in Italia. Questo incontro non sconvolgerà solo la sua vita sentimentale con Francesco ma la porterà a scoprire quanto sia dura essere Ulisse in una società maschilista.

Giò – Penelope – si ritroverà a vivere un’America crudele, perennemente in bilico tra l’immagine sognata e la realtà che giorno dopo giorno riscontra. La protagonista è una ribelle che esorta le lettrici a ribellarsi alle convenzioni e alle convinzioni imposte da una società ancora troppo radicata e lo fa sì con determinazione ma anche con tanta ingenuità. 

Perché tutte le donne dovrebbero leggere questo romanzo?

Perché la trama è talmente assurda da poter esser solo che vera!

Perché Oriana Fallaci narra con un impeto quasi goliardico la vicenda di tutte le donne che hanno lottato per affermarsi in termini di libertà e professionalità, perché l’amore, come scoprirà Giò – suo malgrado – non si può decidere a tavolino e chiaramente i sentimenti andranno sempre verso il male maggiore.

Una donna che si ritrova nel nuovo mondo e ne viene assorbita, completamente, fino a decidere di cambiare vita a favore di una nuova scoperta. Distrutta e affranta – però – scoprirà la potenza delle radici che sempre sanano tutti i mali.

Sono trascorsi quasi cinquant’anni dalla pubblicazione di quel romanzo e ancora il mondo è pieno di Penelope che non trovano il coraggio di andare alla guerra: ah Oriana, chissà cosa scriveresti di tutto questo!

C’è da dire che il ruolo di Penelope alla guerra è ruolo duro, smettere di tessere la tela a favore dell’ambizione è una scelta che si paga a caro prezzo, ed è proprio questa la riflessione che mi esplosa in testa rileggendo questo romanzo; da ragazzina non avevo colto troppe cose, ora son state tutte queste cose a cogliere me e non di sorpresa.

Giò, come tutte le donne ambiziose, non riesce a stabilizzarsi in un’emotività che la vuole docile e prevedibile. Giò non riesce ad accontentarsi. Anche quando conoscerà – attraverso la sua amica americana – il ruolo leggero delle donne che non lavoranoe che si adagiano sugli allori del proprio uomo, Giò continuerà a desiderare sempre più forte la propria realizzazione.

Non donna addomestica né “mantenuta” ma donna in corsa nella grande guerra che è la società, non solo patriarcale… eh sì, perché Giò scoprirà anche il potere, subdolo e distruttivo, del matriarcato. E allora, come si sopravvive a questa guerra in cui non è il più forte a sopravvivere né il più competitivo?

Rimanendo se stesse, realizzando il proprio sogno, assecondando le proprie ambizioni ed essendo forti. Sempre forti; soprattutto quando si tratta di accettare le proprie fragilità. Giò scoprirà quanto possa renderci fragili l’amore e farà la cosa più saggia, senza dichiarar guerra a se stessa, asseconderà questa sbornia emotiva nell’attesa che la relazione si compia e si consumi affinchè lei impari la lezione che è andata ad apprendere nel nuovo mondo.

Sogno americano, lotta femminista, morboso amore materno, omosessualità; tutto s’intreccia in una vicenda che – ripeto – ha dell’assurdo e, proprio per questo, non può che esser vera!

Una Fallaci schietta e diretta (tratto distintivo della sua penna e delle sue ideologie) conduce le lettrici in uno spaccato sociale che non è diverso da quello in cui tutte le Penelope si imbattono quando vanno in guerra. Ma la guerra, in questo caso, qual è?

La guerra è rappresentata dalle convinzioni, ancora radicate, sulla condizione femminile, e non c’è bisogno di andare lontano! Combattiamo tutti i giorni con quelle persone che si sentono eccellenti in ambienti mediocri e non hanno la grinta e dil coraggio per cambiare, migliorarsi ed evolvere. La guerra è data da quelle donne che ancora si rassegnano all’infelicità emotiva e professionale a favore di uno status sociale che le investe, come un uragano. I nemici non sono gli uomini, no! I nemici sono anche le altre donne, quelle che fanno la guerra alle donne e non abbracciano la causa di un mondo migliore… perché io – sapete – proprio non riesco a capirlo il senso di una vita se non in termini di miglioramento sociale, di evoluzione ed emancipazione. Ma davvero non vi viene voglia di lasciare traccia di voi su questo mondo?

Una polemica già affrontata in un articolo in cui attacco quelle donne ammalate di apatia intellettuale e culturale… bah, tempo perso?

E chi può dirlo – mio Dio – chi può dirlo!?

Una guerra in cui le donne non apprezzano il valore della propria esistenza e la consacrano all’apparire piuttosto che all’essere e all’apparire. Posso essere sincera? Diamo la colpa agli uomini di molte cose ma la responsabilità è nostra, soprattutto nostra. Perché? Perché ancora troppe donne decidono di essere Martine e non Giò, perché ancora troppe donne si rassegnano a tessere la tela invece di partire, come Penelope, per la guerra.

La verità è mi fanno antipatia tutte quelle persone che si accontentano e sprecano vita, quelle prive di ambizione, io, non le riesco a capire, quelle che campano di rendita sui sogni degli altri… eh lo so, questa è polemica, ma le mie lettrici lo sanno che io leggo per allenare la mente, far nascere nuove riflessioni e dire la mia perché i libri, i miei amati libri, a questo servono!

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