#sensibilityiscool

In una società che ci spinge ad essere sempre al top, performanti, perfetti, incasellati negli stereotipi ed in quelle che sono le tendenze, cosa è veramente cool?

Iniziamo da ciò che cool non è: la solitudine, lo stato di isolamento in cui giacciono le nostre vite.

Non voglio parlare di crisi di valori né far discorsi in stile “ai miei tempi”, è questo il mio tempo ed intendo condividere con le lettrici ed i lettori di Temi la donna che legge un esperimento sociale e vorrei che questa cosa diventasse virale.

Com’è iniziata.

Da un po’ di tempo a questa parte, per andare a lavoro in centro a Roma, prendo treno e metro e poi faccio un tratto di strada a piedi che mi permette non solo di svegliarmi dal trauma della sveglia alle 6 ma anche di risvegliarmi emotivamente.

Passeggiando alle 7:30 lungo le vie che portano al Km 0 dell’Urbe, ho sperimentato il piacere di vivere l’aura della città che si risveglia. E così – ogni mattina – mi imbatto in persone, esseri umani che come me si apprestano a dare inizio alla propria giornata. Sguardi che s’incrociano, vite che si sfiorano e teste (troppe) chine sui cellulari. Io non faccio eccezione. Così, una mattina, ho deciso che da quel momento in poi avrei percorso quella strada senza cellulare in mano e senza cuffiette alle orecchie ma con lo sguardo curioso e vigile sulla realtà che stavo attraversando.

Giorno dopo giorno mi sono accorta di incrociare quasi sempre le stesse persone: il ragazzo che lava le vetrine di Venchi, la studentessa, lo spazzino, la guardia giurata fuori la banca, il barista in pausa a fumare la sigaretta, il soldato, il carabiniere, il ragazzo che porta i giornali in metro, l’anziano che va a fare la passeggiata…

Ecco, quel giorno, semplicemente, ho deciso di abbozzare un sorriso e dire “buongiorno”. “Capirai la rivoluzione” direbbe qualcuno e invece, quel piccolo e folle gesto, ha innescato una reazione a catena simile a collegamenti neuronali, creando così sinapsi sociali che hanno portato ad altri sorrisi.

Un gesto che le prime volte mi sembrava una forzatura ma nei giorni a seguire è diventato una piacevole abitudine, fino a rendere quei sorrisi un automatismo lungo il mio percorso.

Quante cose possono cambiare se alziamo la testa dal cellulare e guardiamo seriamente negli occhi chi incrocia il nostro cammino?

Quanto può cambiare la giornata di una persona se incrociandola abbozziamo un sorriso e, riconoscendola, magari la salutiamo o semplicemente diciamo grazie per quello che sta facendo? Non è così scontato. Per i rapporti umani non possiamo aspettare il black Friday!

Ecco, è così che ho pensato a #sensibilityiscool .

Ci insegnano che per essere fighi dobbiamo essere forti, che per essere forti dobbiamo saper fare tutto da soli, imparare a cavarcela, ma nessuno ci dice che chiedere aiuto è un gesto eroico nei confronti della nostra stessa vita. Nessuno ci dice che la sensibilità può salvare una giornata a una persona, che un atto di dolcezza può mettere l’altro in condizioni di aprirsi con noi e magari lasciarsi aiutare.

Vogliamo fare tutti i super eroi quando per salvare il mondo basterebbe essere umani.

“Essere Umani”, creature che condividono l’esistenza nello stesso tempo e spazio e che dovrebbero, per piacere di vita sociale, risvegliarsi non solo grazie alla caffeina. 

Quando accadono cose brutte, quando un amico si isola, quando un’amica ci evita o un parente si comporta in modo immotivato, spesso tendiamo a prendere le distanze: “in questo tempo che corre veloce non possiamo permetterci certo il lusso di rallentare o fermare questa corsa verso…” verso cosa?

Verso cosa stiamo correndo se ci lasciamo dietro pezzi di società e di vite?

La mia non vuole essere una polemica né una critica, è solo il contributo in cuore e penna di ciò che credo tutti potremmo fare.

Lasciare mantelli e corone, uscire dalle vesti del super eroe e tornare umani. Abbracciare chi è schivo, ascoltare chi non vuole parlare, condividere i silenzi con chi parla troppo per non ascoltarsi, dire a chi si traveste da super eroe che ‘non essere ok’ è ok. Che va bene perdere, rallentare, piangere, soffrire e voler dimenticare ma quello che non dobbiamo dimenticare è dimenticarci degli altri. Un gioco di parole a cui non voglio rinunciare. Una rinuncia che non voglio mettere in gioco. Un gioco a cui non voglio più stare.

Forse, ringraziare lo spazzino o il vigile urbano mentre attraversiamo la strada non cambierà nulla o – forse – cambierà tutto. Salutare il ragazzetto che lava la vetrina della cioccolateria non fermerà i mali del mondo ma forse allevierà un piccolo male nel suo mondo.

Quando un sistema degenera e collassa si è sempre pronti a puntare il dito tutt’intorno, su e giù, come la punta della rosa dei venti, oggi il dito lo voglio puntare sul mio cuore: cosa sto facendo per le persone che ho accanto? E per quelle che in silenzio fanno qualcosa per me? 

Immaginate di essere uno spazzino, un operaio, la signora delle pulizie che svuota il cestino in ufficio, un muratore o un agente di pubblica sicurezza che magari sta lavorando al freddo, sotto la pioggia, e immaginate di vedere un passante che incrociando il vostro sguardo vi dica semplicemente: buon lavoro! Oppure: “grazie!”. E’ a costo zero, ve lo assicuro. Non richiede impegno fisico ma solo un salto emotivo che – chissà – potrebbe cambiare la giornata a qualcuno e soprattutto a noi perché donare, donarsi, è sempre il primo passo per arricchirsi.

Ecco perché volevo dire la mia, ecco perché voglio fare la mia parte e vorrei che tutti facessero la loro in questa lotta alla solitudine, in questa guerra in cui per vincere non servono i poteri dei super eroi ma la sensibilità di “essere umani”.

#behuman

#befragility

#sensibilityiscool

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