Tutta colpa di papà

<<[…] sono stanca papà, e la cosa peggiore è che non posso dirlo a nessuno; pare sian tutti lì ad aspettare che molli per dirmi: te l’avevo detto!

<< Sai cosa mi diceva tuo nonno e cosa io dico a te? Fattell’cu chi è megl’ ‘e te e pagane ‘e spese! (Stai con chi è migliore di te e pagane le spese!) >>

Quando non ce la fate più, chi chiamate? Io chiamo chi reputo più forte di me e, da sempre, quella persona è mio papà. Stamani, durante un momento di smarrimento, l’ho chiamato per dirgli che sì, va tutto bene, sono felice, appagata e soddisfatta ma a volte “non ce la faccio più”!

Il proverbio che mi ha citato era solo la forma popolare del pensiero formulato da me appena aperto gli occhi: facile brillare nel buio! È quando sei nella luce che bisogna splendere di luce propria!

Cosa voglio dire con questo? Che è facile eccellere quando ci confrontiamo con la mediocrità, la vera sfida è emergere nell’eccellenza. Ed è forse questo il mio cruccio; la continua ricerca di miglioramento e crescita, il bisogno di mettermi alla prova e cercare la mia strada sempre in salita.

Papà questo lo sa, ed è per questo che ho chiamato lui: << tieni la testa alta e vai avanti, riposati se devi ma poi riprendi la tua strada e non pentirti mai delle scelte fatte!>>

Non me ne pento papà, mai, nemmeno quando non ce la faccio più ma fa male rendersi conto che per ogni persona che crede in te, ce ne sono altre tre che vogliono vederti mollare. Ma tu lo sai papà, cosa ti devo raccontare e insegnare io? Se sono così, non è forse colpa tua?

Si papà, è colpa tua. È colpa tua e di quei valori che pesano più degli zaini affardellati, è colpa tua e di quei principi che mi fanno tagliare nette le relazioni peggio di un pugnale, è colpa della fatica e del lavoro a cui mi hai iniziata da ragazzina; è tutta colpa tua se oggi io non mollo mai! Eh lo so, lo hai fatto per il mio bene, ma è sempre colpa tua se mi ritrovo così, a 37 anni, indipendente e realizzata; se non mi avessi insegnato il lusso del sacrificio forse non sarei mai partita, non avrei mai seguito il mio sogno, forse un sogno non ce lo avrei manco avuto e avrei vissuto come un’automa: non era meglio papà? Pensaci, non avrei mai scoperto che vivere è un mestiere e mi sarei limitata a sopravvivere. Forse sarei stata più felice e meno stanca…

Te li ricordi tutti quei libri che mi compravate da ragazzina? Perché papà? Perché non hai fatto in modo che io rimanessi ignorante e noncurante, perché hai permesso che mi si aprisse la mente e, soprattutto, perché hai aperto le porte di casa e fatto in modo che io camminassi per il mondo con le mie gambe?

Oh papà, quante me ne hai fatte! Ti ricordi quindici anni fa, quando “presi quella decisione”: <<due settimane e torni a casa, lo so!>> Perché hai giocato di psicologia inversa? Quanto tempo ci ho messo a capire che volevi solo che non tornassi, che resistessi e che ci riuscissi! Quante notti ho passato a pensare a cosa mi ero lasciata alle spalle con te che mi dicevi “stiamo bene, pensa a te” ed io ho pensato a me, come hai detto tu, senza smettere mai di pensarti ma poi pensare è diventato un meccanismo perverso perchè ho iniziato a farlo con la mia testa ed è stata la rivoluzione. Volevi questo papà? Volevi che pensassi con la mia testa, che mi facessi una mia idea di tutto, che avessi delle opinioni mie e che le dicessi? Ci sei riuscito papà, l’ho fatto, ma poi erano le idee son diventate troppe, ho cominciato a scriverle ed è stata la seconda rivoluzione! Mannaggia papà, se solo mi avessi trattata come una ragazzina da lasciare a casa ad occuparsi delle faccende domestiche! Quanti viaggi nei viaggi mi sarei risparmiata!

Risparmiare, ecco un altro verbo che ti piace papà, questo mi è più difficile da imparare ma tu lo sai, vale per i soldi e per le energie; due cose su cui proprio non riesco a fare economia! E tu sai anche questo!

Quante cose sai, papà? Lo sai che quando sono partita e vedevo la gente mollare, io non ero nemmeno stanca?! Com’è possibile – mi chiedevo – poi ho realizzato che l’addestramento più duro era stato con te, quando mi piegavi al lavoro e mi insegnavi a resistere in quell’attività commerciale in cui tu mamma avete sgobbato per comprare casa. E allora non mollavo e pensavo a casa. Pensavo sempre a casa, ci penso sempre a casa ma tu mi hai spinta a sentirmi in casa in una famiglia più grande, più forte di me, più forte di te. E tu mi hai indirizzata verso quella casa ed hai accettato che io andassi, partissi, tornassi. Hai accettato di stare incollato al televisore a guardare il telegiornale, hai accettato che io scegliessi per me anche quando sapevi che sarei caduta e mi sarei fatta male! Dovevi dirmelo papà, così non sarei cresciuta e non sarei arrivata a quella che Oriana definiva “l’età dell’oro” col cuore pieno di ambizioni. Era semplice papà, bastava educarmi come una femminuccia e sarebbe stato tutto diverso. Invece no! Tu hai voluto addestrarmi a tutti gli effetti a combattere per la vita, nella vita e contro la vita: nessuna arma sarà mai potente come la volontà! Ora capisco papà, mannaggia! Quante cose capisco adesso papà, e invece, come il mostro del dottor Frankenstein, vorrei solo non capire!

Ormai il pasticcio è fatto, sono cresciuta, sono autonoma, realizzata, ambiziosa, piena di sogni e speranze, piena di idee, piena di errori e insegnamenti! Sarebbe stato meglio fare la bambolina papà, non trovi?

Ti ricordi quando litigavamo papà? Quando volevo a tutti i costi qualcosa e tu dicevi che le cose nella vita si guadagnano e conquistano con sacrificio? Non sarebbe stato meglio viziarmi? Credo di si, almeno non avrei avuto tutta questa grinta nel prendermi le cose che credo di meritare. E tante cose le merito papà, tante altre no, e quelle che non merito so che ti fanno male al cuore ma tu sei forte e dici che dobbiamo andare avanti a testa alta perché i perdenti vanno indietro e hanno paura e io e te non abbiamo paura.

Colpa tua papà, tutta colpa tua se oggi sono così, se oggi sono qui a scriverti e a tirare le somme. Ci è costata cara questa forza, tu lo sai, abbiamo pagato il prezzo della distanza ma quello che abbiamo perso in chilometri lo abbiamo guadagnato in amore. L’amore, un’altra cosa di cui ti devo dare la colpa; se tu non fossi stato così, tutto d’un pezzo, onesto, leale e devoto alla famiglia, io sarei riuscita ad accontentarmi di un caso umano qualunque e invece no, tu mi hai fornito tutti quegli esempi che ormai è impossibile accontentarsi. Come fa una figlia ad accontentarsi di un uomo qualunque se ha avuto un padre che-tutti-i-santi-giorni dimostra amore alla propria moglie e ai propri figli? Non si può papà, non si può! Dovevi essere meno onesto, non mi dovevi educare all’indipendenza intellettuale ed economica, non dovevi insegnarmi i valori e manco i principi! Niente! Dovevi solo crescermi come una bambola di pezza ed io non avrei portato il peso delle soddisfazioni, delle vittorie, dei successi e della realizzazione. Era tanto difficile papà?

Un’altra cosa papà, ti ricordi quando abbiamo comprato casa e da una delle due finestre in camera mia è stata creata la libreria? Quella libreria che ogni anno cambia colore, quella libreria che all’epoca sembrava troppo grande… l’hai fatto apposta papà, tu – subdolo – volevi che la riempissi e ci sei riuscito! Bravo, complimenti davvero! Ora che ho letto tutti quei libri, come faccio a tornare indietro? Ah papà, sarebbe stato meglio limitarsi a leggere le riviste di gossip, sarei stata più quieta e invece, ho sempre l’animo in subbuglio.

Indietro non si torna, vero papà! Mai sia che all’evoluzione scegliamo l’involuzione, mai sia! Tranne per le tradizioni, mannaggia papà, quelle te potevi risparmiare e invece, tanto le contestavo che oggi me le trovo dentro; ma come hai fatto? Io non le volevo, volevo fare l’arrogante figlia emancipata e invece mi mancano gli odori di casa… dovevo capirlo, era per questo che mamma mi faceva guardare le commedie di De Filippo? Soprattutto “quella”!

“Te piace ‘o presepio’?”

Si papà, mannaggia, mi piace! E mi piace l’odore di “sugo” che mamma prepara la domenica, quel sugo che tutti gli anni, ad agosto, vi ostinate a preparare: ma dove la prendete la forza e la pazienza per trasformare quei pomodori nel nostro pranzo della domenica? Bah papà, io la pazienza ancora non ce l’ho e si, lo so, me lo dici sempre che la pazienza è saggezza ma io saggia non lo sono ancora. Sono tante altre cose però, una tra queste è l’esser simile a te, abbiamo le stesse mani, ci hai mai fatto caso papà? Ma si che ci hai fatto caso, solo che le tue mani hanno fatto molta più fatica ed hanno tanti di quei calli che manco io in dieci anni di CrossFit e addestramento potrei farmi venire. E a volte mi sorprendo a confrontarmi con la gente e vedermi simile a te, come quando dico che a Natale si mangia a casa, come quando cerco di convincere gli altri che tifare Napoli non è passione calcistica ma cultura di un popolo, o quando dico ai colleghi giovani “ai tempi miei”! Ma com’è possibile papà? Io odiavo quella frase, mi facevi incazzare quando me la dicevi ed ora la dico anche io?

E quante cose dico papà, quante ne scrivo! Le più importanti non le dico e non le scrivo, quelle le tengo per te, come stamattina, come tutte le volte che torno a casa nel week end e non parlo e tu non chiedi ma lo sai che qualcosa non va e ti sento che chiedi a mamma e lei – che con te, con noi, con casa – non ha segreti, si limita a dirti di lasciarmi stare ma non tu non molli e mi compri le cose da mangiare che mi piacciono; è il tuo modo per dirmi che, qualunque cosa accada – qualunque – c’è sempre un rimedio che si chiama famiglia.

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